I Dottorati di ricerca

Armonizzazione dei sistemi universitari europei (Processo di Bologna)

Nel giugno del 1999, a Bologna – sede della più antica Università d’Europa, e dunque del mondo – si incontrarono 29 ministri dell’istruzione del nostro continente, per avviare un processo di riforma che rendesse il ciclo universitario degli studi omogeneo e comparabile. È da quell’incontro che nacque l’armonizzazione dei sistemi universitari europei, che da allora adottano il sistema dei crediti e sono divisi in tre cicli: I livello (triennio di laurea breve), II livello (biennio di specializzazione o laurea magistrale), III livello (dottorato di ricerca o PhD). In questo modo si permette agli studenti di qualunque nazione di avere un livello di preparazione immediatamente comparabile con quello degli altri Paesi che consente loro agevolmente lo scambio di esperienze – con periodi di studio all’estero – e rende il loro titolo accademico spendibile professionalmente ovunque.

Cos’è un dottorato di ricerca, e suoi fini

Il dottorato di ricerca è il III livello degli studi universitari. Lo studente non si limita, come nei cicli precedenti, a studiare la materia prescelta, ma deve lavorare impegnandosi a produrre una ricerca originale in merito, che viene discussa e valutata da una apposita commissione. Il fine del dottorato di ricerca è insomma, come dice il nome stesso, la formazione alla ricerca dello studente: in altre parole, lo studente deve dimostrare di possedere le competenze e conoscere le risorse per portare a compimento un progetto di ricerca originale.

Nello specifico, il titolo finale di terzo ciclo può essere conferito a studenti che:

  • abbiano dimostrato sistematica comprensione di un settore di studio e padronanza del metodo di ricerca ad esso associati;
  • abbiano dimostrato capacità di concepire, progettare, realizzare e adattare un processo di ricerca con la probità richiesta allo studioso;
  • abbiano svolto una ricerca originale che amplia la frontiera della conoscenza, fornendo un contributo che, almeno in parte, merita la pubblicazione a livello nazionale o internazionale;
  • siano capaci di analisi critica, valutazione e sintesi di idee nuove e complesse;
  • sappiano comunicare con i loro pari, con la più ampia comunità degli studiosi e con la società in generale nelle materie di loro competenza;
  • siano capaci di promuovere, in contesti accademici e professionali, un avanzamento tecnologico, sociale o culturale nella società basata sulla conoscenza.

Il conseguimento del titolo di dottore di ricerca offre quindi gli strumenti necessari ad affrontare una consapevole e rilevante attività di ricerca che si possa affiancare ad ogni tipo di carriera contribuendo a perseguire obiettivi utili in un percorso individuale e nella produzione di conoscenza a beneficio della comunità intera, e apre la strada alla carriera accademica internazionale, considerato anche che in alcuni paesi è un titolo spesso richiesto per l’insegnamento a livello universitario.

 

Perché il III livello (dottorato) è importante per l’AFAM

Con la legge n. 508 promulgata nel dicembre 1999 – lo stesso anno del processo di Bologna – il sistema dei Conservatori e delle Accademie diventava l’AFAM, cioè il corrispettivo delle Università delle Arti delle altre nazioni europee. Come tutti sanno, però, in Italia la trasformazione non fu portata a compimento. L’AFAM è tutt’oggi lontana dall’avere le reali caratteristiche universitarie: non lo è per i contratti dei docenti, le ore di lavoro, la denominazione del titolo, per non parlare dei bienni che sono rimasti sperimentali per vent’anni e sono diventati ordinamentali soltanto nel 2018, e non lo è neppure per i dottorati di ricerca, che saranno forse attivati col prossimo anno accademico. Sembra paradossale, ma quest’ultima mancanza è stata quella che ha più danneggiato il sistema. Infatti, se uno studente di Conservatorio o di Accademia voleva arrivare al III livello di studi universitari, non poteva proseguire in Conservatorio. Aveva tre possibilità: rivolgersi alle Università italiane o estere che fossero, che avevano parecchie riserve ad accettare il titolo AFAM in quanto non coincidente come insegnamenti con quelli universitari; rivolgersi ai Conservatori stranieri o alle Università delle arti, che invece prendevano in considerazione la candidatura dello studente; rivolgersi alle Accademie musicali privateitaliane che incredibilmente, essendo state equiparate alle Università, potevano svolgere dottorati di ricerca pur non possedendo – ad esempio – il requisito fondamentale delle biblioteche. Inutile dire che questa mancata attivazione svalutava il sistema AFAM e lo depauperava delle forze migliori, costrette a rivolgersi o ai privati o all’estero se volevano portare avanti e concludere la loro formazione.

Cosa si potrà fare con l’imminente attivazione dei dottorati

Si aprirà finalmente il capitolo della ricerca nei Conservatori, e questo passo permetterà la crescita del sistema. Il dottorato di ricerca, infatti, è un fondamentale processo che non rimane confinato all’interno delle singole istituzioni ma, viceversa, poggia sullo scambio tra esse – italiane ed estere – e su consorzi che nascono per supportare lo studente nel processo di affinamento delle conoscenze e nella realizzazione di un progetto di ricerca. Uno studente di strumento, ad esempio, potrà decidere di fare ricerca su particolari aspetti della prassi esecutiva di un dato periodo storico appoggiandosi magari a un team di professori di due o più istituzioni o di diversi Conservatori e Università, anche straniere; lo stesso potrà fare lo studente di un’Accademia o di un Isia, con consorzi analoghi volti a far ricerca in merito – per dire – la scultura di un determinato periodo, ovvero la recitazione, o il design, o la pratica coreutica. Per non parlare del fatto che, per tutto ciò che attiene alle nuove tecnologie, si potranno attivare collaborazioni ai fini del conseguimento del titolo anche con poli tecnologici universitari. Insomma, si potrà guardare al futuro su basi concrete e interdisciplinari, e sarà finalmente sfruttato dagli studenti AFAM e non solo dagli studiosi l’eccezionale patrimonio delle biblioteche, migliorando la nostra conoscenza del passato; il sistema AFAM nel suo complesso comincerà davvero ad allinearsi all’Europa, e potremo finalmente accogliere studenti stranieri che volessero concludere la loro formazione in Italia, non soltanto esportarli.

Sembrerebbe restare aperto il nodo di come saranno scelti i docenti che dovranno seguire i dottorandi. Non è necessario che il docente possieda esso stesso il titolo di dottore di ricerca per seguire un dottorando: è però necessario che possieda un’attività di ricerca riconosciuta. Al momento nell’AFAM – a differenza delle Università, e per gli annosi problemi sopra esposti – un titolo di dottorato è posseduto da una fascia ristrettissima di docenti, dunque si pone il problema di come ammettere alla docenza di III livello chi non possiede quella qualifica ma magari soltanto esperienze artistiche di assoluto valore maturate nel corso degli anni e della pratica. Una valida soluzione attuata da alcune accademie straniere è quella di far seguire gli studenti impegnati in progetti di ricerca artistica da due insegnanti principali, uno con alle spalle un dottorato ed esperienza specifica delle metodologie e di progetti di ricerca che possa configurarsi come relatore della tesi e seguire l’impostazione del progetto, e l’altro che possa con la sua esperienza fornire invece un contributo puramente artistico o operativo nel seguire la parte creativa o tecnica.

Un’altra questione di non poco conto riguarda l’ANVUR e il sistema di valutazione dei risultati della ricerca. Ma si tratta di dettagli, per quanto importanti, a fronte del salto di qualità che, grazie all’attivazione dei dottorati, il sistema AFAM si appresta finalmente a compiere.

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