Cadono le foglie, come stagione vuole, e cadono pure, svolazzando sulle nostre teste facendosi rimirare prima di finirci addosso, gli annunciati aumenti degli stipendi – cioè l’ipotesi di rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del comparto Istruzione, Università e Ricerca per il triennio 2019-2021 e nel quale vi è anche l’AFAM – non ancora firmati ma di già annunciati come se fossero un’epocale conquista. Difatti, da più parti leggiamo di aumenti di stipendi e di successi. La tabella diffusa dall’ARAN parla chiaro: col nuovo CCNL, mediamente, un docente avrà neppure 100 euro al mese in più, un aumento che non copre neanche metà dell’inflazione base, per non parlare dei costi galoppanti dell’energia. A chi dobbiamo questo risultato? L’elenco potrebbe essere lungo: notiamo però che le sigle sindacali sedute al tavolo di contrattazione si sono prodigate nell’annunciare questi risultati, senza neppure un accenno al pieno riconoscimento giuridico-economico di una categoria che da anni cerca di uscire da quel limbo a cui più di una volta abbiamo fatto riferimento. Per ora solo spiccioli e in occasione delle prossime festività natalizie noi festeggeremo a fichi secchi, forse, se mai arriveranno, perché c’è il rischio che diventino ancora più secchi, lungo la strada. L’ANDA, come ha già fatto in passato, continuerà a lavorare per dare una dignità professionale ed economica ad una categoria che negli ultimi trent’anni è stata calpestata, svilita e che, forse, non merita “ipotesi” di Pirro.
Le “ipotesi” di Pirro
14 Novembre 2022
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